Pur essendo al centro di un esteso ed intenso dibattito, la strategia così detta dell’”Open Access” è ancora caratterizzata da alcune ambiguità. La prima distinzione cruciale che va posta è quella tra una nozione tecnica e neutrale di Open (traducibile con "interoperabile" e garantita da protocolli e standard) e una nozione sostanziale dell’espressione, intesa invece come libertà senza barriere (in particolare economiche) di accedere alla letteratura scientifica. E' chiaro che senza la prima non si dà neppure la seconda, ma ciò a cui il mondo scientifico-accademico è (o dovrebbe essere) interessato è la possibilità di accedere concretamente e liberamente ai documenti scientifici e non soltanto in linea di principio! E’ quindi di questa seconda concezione che parliamo quando usiamo le espressioni “Open Access” o “Open Archives”. Questa distinzione non va persa, ma va anzi tenuta ben presente: garantire l’accessibilità dei materiali tramite protocolli e standard (in particolare OAI-PMH, Open Archives Initiative - Protocol for Metadata Harvesting) non significa di per sé garantire il libero accesso alla produzione scientifica, essendo gli stessi standard e protocolli utilizzabili (e già utilizzati da importanti editori commerciali) per garantire l’accesso alle loro risorse… ma dietro pagamento. Interoperabilità fra archivi non significa – in sintesi - accesso gratuito ai loro contenuti. Un’altra ambiguità – forse più grave - permane riguardo alle “strategie” grazie alle quali questo libero accesso alla produzione scientifica (la seconda – ed unica possibile - concezione di Open Access, dunque) andrebbe garantito. Viene infatti sovente fatta una assimilazione - fuorviante - tra riviste “Open access” (la cosiddetta “golden road”) e archivi basati sul self-archiving (la cosiddetta “green road”). Siamo in realtà di fronte a due strategie assolutamente complementari, ma aventi presupposti, finalità e modalità differenti.